Proiezione “9*10 Novanta” (2014) M . Bonfanti, C. Giovannesi, A.Marazzi, P.Marcello, R.Sejko,G.Piperno, C.Quatriglio, P.Randi, A.Rohrwacher, S.Fgaier
9×10 Novanta
Un film di Marco Bonfanti, Claudio Giovannesi, Alina Marazzi, Pietro Marcello, Sara Fgaier, Giovanni Piperno, Costanza Quatriglio, Paola Randi, Alice Rohrwacher, Roland Sejko. Documentario, durata 94 min. – Italia 2014.
Alla maniera di Dziga Vertov o Frédéric Rossif, Alain Resnais o Chris Marker, nove autori italiani hanno realizzato un film senza girare una sola immagine. Un film scritto interamente in sala di montaggio, che rimette il tempo in moto rendendo di nuovo precario, ma vivo, l’oggetto del nostro guardare. Prodotto e distribuito dall’Istituto Luce, 9×10 Novanta è un film di ‘montaggio’ che affonda mani e cuore nei suoi archivi, una risorsa inestimabile per i ricercatori e un giacimento di immagini inesauribile per i registi.
Quelle immagini, conservate e diventate nel tempo dei documenti da rispolverare dentro quadri memoriali o esibire in televisione nei periodi di commemorazione, assumono nel documentario di Marco Bonfanti, Claudio Giovannesi, Alina Marazzi, Giovanni Piperno, Costanza Quatriglio, Paola Randi, Alice Rohrwacher, Roland Sejko, Pietro Marcello e Sara Fgaier una competenza che va oltre la loro capacità illustrativa. Interrogandosi sul valore di testimonianza delle immagini visionate e sul ‘movimento’ insito nelle inquadrature, gli autori intervengono attualizzando (Progetto panico), arrangiando (Tubiolo e la luna, Il mio dovere di sposa) o aderendo con sensibilità alla funzione e al significato assegnati in origine a quelle ‘deposizioni visive’.
L’Istituto Luce rimette in circolo le infinite immagini, tracce storiche che tradiscono una distanza dai sentimenti che animavano i contemporanei di quello sguardo e nondimeno ne affinano uno critico, che individua aspetti inediti e regala allo spettatore una significativa esperienza della storia. Impiegate al fine di una costruzione filmica autonoma, attraverso il montaggio e il trattamento operato sui fotogrammi scelti, le immagini costituiscono la materia prima di 9×10 Novanta e diventano indicatori di un’epoca, reperti lucenti di un tempo passato e sprofondato nell’Italia dei miracoli e dei terremoti, della canzone e dei girotondi, dell’umile gente di Carlo Levi e di quella inquieta di Italo Calvino, delle trincee interiori e delle brecce che rivelano la luna.
Quella di Tubiolo, il visionario protagonista della favola di Marco Bonfanti (Tubiolo e a luna), che come il Ciàula pirandelliano risale le scale di una buca ideale e scopre la luna e un presidente che ha deciso di andarci perché è un’impresa ardita. Vivissimo e rivelatore, 9×10 Novanta documenta la nascita di una nazione fondata sul lavoro, i miracoli e la lotteria. Un documentario d’archivio che integra eticamente un’idea di visione conservata con una nuova strategia narrativa, che coinvolge lo spettatore e diventa storia di tutti, la nostra storia. Perché dentro quelle immagini ripescate da un abisso catalogato c’è un patrimonio straordinario, c’è qualcosa che ha che fare con noi e con la natura stessa del cinema. Un cinema che documenta una realtà o testimonia un fenomeno sociologico (nelle immagini del Luce) e al contempo mette in scena, trasforma la vita in rappresentazione. La vita di un Paese di cui le immagini conservano tracce e memoria di storie destinate a sparire di nuovo nel flusso del tempo, immagini che trasmettono la struggente consapevolezza che tutto si perde comunque, producendo un sentimento di purissima nostalgia. In 9×10 Novanta prende corpo un’Italia fondata sul senso della terra (humus), che ha lottato e ha perso ma la cui eredità rimane forte e illumina come luce la notte.
Attraverso le nuove tecnologie digitali, la colorizzazione, il passaggio di formato, la sonorizzazione iperrealista, l’elaborazione della musica, degli effetti sonori e del suono d’ambiente, del montaggio, del commento, della colonna verbale composta da brani di lettere, diari, poesie, racconti e pagine esemplari, 9×10 Novanta assembla e svolge i matrimoni bianchi (Il mio dovere di sposa, Claudio Giovannesi) e i disonorevoli delitti d’onore protratti oltre l’abrogazione del 1981 (Progetto panico, Paola Randi); i corpi mirabili delle Madonne, l’estasi, il sangue, lo stigma e l’ostensione dei ‘pastori’ e delle pastorelle (Miracolo italiano, Giovanni Piperno); i terremoti e l’instabilità naturale che ‘fanno storia’ nella vita delle comunità colpite, costernate, ricacciate in uno stato semiselvaggio e condannate a ripercorrere stadi di vita superati da più generazioni fino a rinascere dentro un nuovo equilibrio (Girotondo, Costanza Quatriglio); la civiltà rurale inabissata nel ventre oscuro del tempo dal neocapitalismo degli anni Cinquanta e Sessanta e da una capillare colonizzazione dell’immaginario (L’umile Italia, Pietro Marcello e Sara Fgaier); la dichiarazione di guerra rivissuta da Calvino attraverso l’eccezionalità di un episodio che interrompe la banalità del quotidiano, come un avvenimento minimo eppure straordinario che provoca un cortocircuito nella vita abitudinaria di un ragazzo (L’entrata in guerra, Roland Sejko); l’esame di coscienza di un letterato alla vigilia di un’altra entrata in guerra, in cui Renato Serra vuole marciare con gli altri, con l’umile gente della sua Romagna, che traccia confini sulla neve cercando una giustificazione al proprio destino umano (Confini, Alina Marazzi); la canzone come forma culturale che unisce le persone, come un desiderio che resta nell’aria e attiva processi affettivi (Una canzone, Alice Rohrwacher).
La qualità del documentario, che ragiona sull’impressionante ricognizione del materiale Luce, è nobile e coerente. Gli episodi più divulgativi e didascalici vengono sostenuti, perfezionati e compresi dentro un progetto collettivo che contempla d’altra parte passi intensi e decisamente più capaci nel rendere drammatico e vitale il confronto con le ideologie sottese ai documenti filmati. L’interesse delle immagini salvaguardate dall’Istituto Luce, che accende il suo novantesimo anno, si annida negli interstizi, nella latenza, nelle carenze, negli slittamenti e tra le immagini stesse, dove si muovono liricamente Alina Marazzi, Roland Sejko, Pietro Marcello e Sara Fgaier, combinando l’immaginazione visionaria con l’adesione fisica alla realtà delle cose.