Erri De Luca è una delle voci più riconoscibili della letteratura italiana contemporanea: napoletano, ex operaio, autodidatta, scalatore di montagne e studioso appassionato della Bibbia, che ha imparato l’ebraico antico per tradurne i testi. La sua scrittura è essenziale, poche parole, mai una di troppo, capaci però di scavare a fondo. Non è un caso che sia stato definito uno scrittore “di sottrazione”: toglie, non aggiunge, e proprio in quel togliere trova la sua forza.
Ma De Luca non è solo uno stile. È anche un impegno che ha attraversato la vita pubblica italiana: dalla militanza politica degli anni Settanta al sostegno, più recente, ai movimenti No TAV in Val di Susa — impegno che gli è persino costato un processo. Nei suoi libri la memoria personale, quella della Napoli popolare in cui è cresciuto, si intreccia sempre con le grandi domande di giustizia, resistenza, fedeltà a un’idea.
Vi invitiamo a scoprirlo — o a ritrovarlo — in due incontri dedicati a due suoi romanzi molto diversi tra loro, ma uniti dallo stesso sguardo lucido e mai indifferente sul mondo.
Primo incontro: giovedì 21 agosto
“I pesci non chiudono gli occhi”
Un’estate, un ragazzo di dieci anni, il mare di Napoli. È l’estate in cui tutto comincia a cambiare: il corpo, gli sguardi, il modo di stare al mondo. De Luca torna alla sua infanzia con la delicatezza di chi la osserva da lontano ma la sente ancora addosso, e racconta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza attraverso un amore acerbo, un padre lontano, un paese — l’Italia dei primi anni Sessanta — che sta cambiando pelle insieme a lui.
Il titolo viene da un’immagine semplice e potente: i pesci non hanno le palpebre, non possono smettere di guardare. È una metafora dello sguardo dei bambini, che non si chiude mai davanti al mondo, nemmeno quando fa male. Vi aspettiamo per scoprire insieme perché, a volte, non chiudere gli occhi è l’unico modo per crescere davvero.
Secondo incontro – giovedì 27 agosto
“Impossibile”
Due uomini, ex compagni politici degli anni Settanta, si incontrano di nuovo quarant’anni dopo su un sentiero di montagna isolato. Uno di loro, un ex informatore che un tempo aveva rivelato nomi, precipita da una scogliera e muore. È stato spinto o è scivolato? L’altro, che aveva dato l’allarme, diventa il principale sospettato, e un giovane magistrato – vent’anni più giovane di lui – cercherà di ricostruire l’accaduto.
L’intero romanzo si dipana come un lungo interrogatorio: un duello verbale tra due generazioni, due modi di intendere la giustizia, la colpa e la coincidenza. Per il magistrato, il caso non esiste: l’impossibile è solo la definizione di un evento fino all’istante prima che accada. Per l’accusato, è esattamente il contrario. Tra una domanda e l’altra, scorrono le lettere che l’uomo scrive in prigione alla donna che ama – un tenero contrappunto alla durezza dell’interrogatorio – e con esse emerge un confronto con il XX secolo stesso: i suoi ideali, i suoi errori, il prezzo pagato senza pentimento né concessioni.
Un libro breve e intenso, scritto quasi interamente in forma di dialogo, che mette in discussione non solo un uomo, ma un’intera generazione che credeva fosse possibile cambiare il mondo.
